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03. l'oggetto analogico
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gruppo titolo l'opinione del prof. voto
del prof.
voto dei
colleghi
MEDIA

Califri
Denaro
Di Giovanni
Fernicola

LA CABALA DI KLIMT

La scaltra idea di traslare l'immagine apertamente bidimensionale di Klimt su un'interpretazione tecno-ingegnerista dell'albero della Cabala risolve brillantemente -è vero- il trasferimento al mondo tridimensionale, ma porta con sé una rigidità meccanica che né i riccioli di rame, né la 'terra' e i trucioli colorati che si muovono giustamente nello scatolino alla ricerca della gravità, riescono a far dimenticare.
Il problema principale tuttavia non è tanto la rigidezza delle aste quanto la debolezza dei nodi del sistema (le Sephirot della Cabala) -i riccioli di rame appunto- troppo piccoli e approssimativi rispetto alla forza delle spirali di Klimt che invadono tutto lo spazio.
Perdonabile rispetto alla qualità complessiva dell'oggetto, l'inqualificabile approssimazione del gufo che resta a testa in giù.
8 8,4 8,2

Conti
Corallo
Corica
Dugo
Roccasalva

FLUSSI AGGROVIGLIATI

Per nulla ovvia, la bella intuizione del flusso vitale dell'albero di Klimt costituisce insieme la qualità e il limite di questo inaspettato groviglione idraulico che riesce a riproporre bene tanto il luccichio particellare, aureo e insieme colorato, della grafica klimtiana, quanto l'immagine dello scorrere da una terra -giustamente centrale- verso un cielo che si approssima ai bordi dell'oggetto.
Ma le spirali di Klimt hanno una geometria perfetta e sono interrotte dal bordo della tela che concettualmente travalicano.
Qui invece l'unica cosa che travalica i limiti dell'oggetto sono subdole quanto inevitabili perdite idriche.
La tecnologia, come spesso accade, si accanisce contro le buone idee: i tubicini non possono interrompersi e si rivelano indomabili a qualsiasi tentativo di controllo trasformando in matassa informe la nettezza delle geometrie klimtiane.
10 10,0 10,0

Calý
Carnabuci
Dantoni
Distefano
Frisina

KANDINSKY 3X

Volenterosa quanto crudele, l'idea di ricostruire in una cianfrusaglia di frammenti di plexiglass e bastoncini neri una "realtà" che Kandinsky NON voleva rappresentare, riesce a essere efficace nella sua -pur approssimativa- capacità mimetica quanto distruttiva (oltre che dello spessore concettuale del povero maestro) di ogni possibile pensiero.
Inutile sottolineare che nel referente il colore NON si muove (come il sale nelle piramidine) e di parallelogrammi non c'è manco l'ombra. Che la 'struttura' non è proprio a X e NON tocca i bordi, mentre qui trasmuta in una molteplicità di stecche nere puntellate agli angoli.
Insomma la ricostruzione della "realtà" che il maestro cercava proprio di evitare non funziona granché. Restano a consolarci qualche punto di vista, un po' i colori e l'idea delle trasparenze: l'unico pensiero -forse- a sopravvivere all'oggetto.
6 7,6 6,8

Arcoria
Caltabiano
Cattano
Di Stefano

LAND(E)SCAPE

Letteralmente s/pensierato, sbilenco, imbrattato, sbagliato nei segni e persino nei colori, l'oggetto realizza per caso un efficace paesaggio del nulla che purtroppo esiste, ma di cui non si sentiva il bisogno.
Interessati all'immagine di Klee quanto un cieco ai giochi pirotecnici, gli autori del resto sono riusciti a presentarla deformata in proiezione, in bianco e nero e tagliata in verticale nella stampa.
Una frase per relazione che, come l'oggetto, parla del nulla.
4 5,0 4,5

Cantarella
Casella
De Michele
Di Perna

DUALISMI DI MINKKINEN

Imbrattato di colla per imperizia tecnica più che per volontà espressiva, l'oggetto riesce nonostante tutto a mantenere l'eleganza tonale e -con qualche approssimazione- la forza minimalista del suo referente.
Sebbene un po' forzata infatti (visto che cielo e mare si fondono nell'immagine l'uno nell'altro) l'idea del doppio -tre vetri e tre specchi per lo sfondo e per le "mani"- struttura con coerenza e semplicità tutti gli elementi.
Resta qualche gap tecnologico -gli imbrattamenti di colla che sbiancano del tutto i vetri delle "mani"- e qualche ambiguità: se mani e riflessi sono i cubetti duali che disegnano l'infinito, il loro riflesso non è di troppo?
7 8,4 7,7

Brucato
Leotta
Maugeri
Puglia

MONDRIAN MOBIL

Compiaciuto della sua accuratezza, fedele a Mondrian sino alla noia e perciò a prima vista del tutto inutile, l'oggetto ha un guizzo di inattesa vitalità nel trasformare in tetris l'Arte del maestro.
Vero che il tetris è più vicino alle nevrosi contemporanee che al "senso di infinito", ma l'idea che l'oggetto possa diventare un generatore di nuove (talvolta un po' sbilenche) mondrianesche immagini è almeno divertente.
Buona la generazione dei volumi estrusi sul lato corto delle superfici e in generale la qualità costruttiva dell'oggetto.
Peccato solo -consueto gap tecnologico- che il gioco non funzioni: per far scendere il cubo rosso bisogna prenderlo a botte e tutti i parallelepipedi si ribaltano in continuazione.
8 5,7 6,9

Bonaventura
Di Giorgio
Digrandi
Gimenez

GEOMETRIE INGANNEVOLI

Arreso davanti alla complessità di specchi, sfere e circolari trasmutazioni dell'immagine di Escher, l'oggetto tenta di limitare i danni occupandosi di un solo aspetto -l'inversione figura/sfondo- e miseramente fallisce.
Non basta infatti colorare le serie di oggettini a gradazione decrescente per farli diventare sfondo perché, neri o bianchi, sempre oggetti restano, i leoni diventano pecore e le piramidine restano sbilenche e incapaci di fronte al nobile intento che si proponevano.
E tuttavia -involontariamente- con l'ausilio di imprevisti riflessi, visto da un certo lato e su sfondo nero l'oggetto appare come almeno una parte dell'immagine escheriana. Ne riproduce certo non la struttura, la complessità e gli inganni, ma almeno la densità grafica di texture.
5 6,3 5,6

Calapai
Caruso
Consolo
Grasso
Tenerelli

INTANGIBILE STRAND

Pur nella sua arraffazzonata artigianalità e certo lontano dal risultato netto e tagliente dell'immagine di Strand, l'oggetto nella sua capacità di trasmutarsi da bianco in dipinto -metafora della produzione dell'immagine fotografica- riesce ad avere una straordinaria forza concettuale.
Ogni fotografia, si sa, riproduce l'immagine degli oggetti e quella delle loro ombre: l'intuizione è qui di distinguere le due cose e -per quanto sballato sia parlare di prospettico e complanare (cose e ombre sono comunque reali e prospettiche) - trasformarle materialmente nella costruzione dell'oggetto in strutture differenti: il luogo delle cose -cubo di bastoncini malamente incollati- e il luogo delle ombre -cubo di plexiglass e carta vacillante- su cui la luce proietta i suoi giochi.
9 9,3 9,1

Amas
Basile
Buscemi
Cicala
Meli

VECCHIE CORDE E COTONE

Raffinato nella sua immagine da arte povera, l'oggetto scivola nell'autocompiacimento narcisista delle meravigliose sfumature di blu, opacità e trasparenze, superfici nuove o consunte e striate di grigio.
Si dimentica però dei pensieri e vola un po' troppo veloce su significati e concetti.
Trasmutati in cordame i soggetti di Picasso, si accontenta della becera metafora (bimbo=corda nuova & vecchio=vecchia), non si preoccupa dei dettagli e affida alla struttura a X più la reiterazione dell'immagine che una sua reale trasposizione nelle tre dimensioni.
6 7,7 6,9